La storia del tè: in Europa partendo dai pionieri olandesi fino al contrabbando – parte II

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La prima vera importazione di tè in Europa risale al 1610, quando la Compagna delle Indie Orientali Olandesi, che avendo privilegi governativi, come il monopolio, in Cina e poi a Giava e a Sumatra, fece partire i primi velieri stivati con tè verde destinato al mercato europeo. Per quel che riguarda l’Europa orientale invece bisogna attendere il 1672, quando il monopolio relativo al commercio del tè venne esercitato dall’amministrazione degli zar, che lo facevano trasportare su carovane di cammelli fino al confine mongolo, per poi distribuirlo sul territorio dell’Impero russo, in Scandinavia, in Polonia e nell’Impero asburgico.

Accanto agli olandesi troviamo anche il commercio di tè degli inglesi, grazie alla Compagnia delle Indie Orientali britannica fondata dalla regina Elisabetta I, che ne acquisì poi il monopolio assoluto. Per la consacrazione alla corte inglese si deve però attendere il gradimento che Caterina di Braganza, moglie di Carlo I, espresse verso la bevanda, facendo soppiantare il consumo di caffè e cioccolata.

Il tè alla conquista dell’Inghilterra

Nell’anno 1960 il tè verde importato in Inghilterra superava di poco le nove tonnellate, ma nel 1970 raggiungevano già le quattromila tonnellate. Quando poi nel 1784 il Parlamento inglese operò una diminuzione delle tasse sul tè, il suo consumo venne facilitato anche presso le classi sociali meno abbienti.

Nel 1800 Londra era ufficialmente la capitale mondiale del commercio di tè, che nel 1830 introduceva in coltivazione intensiva in India e poi sull’Isola di Ceylon, questo grazie ovviamente al dominio coloniale britannico che gravava su questi luoghi.

La bevanda diveniva così una consolidata tradizione inglese, ma non tutti lo sorbivano in modo uguale: gli aristocratici utilizzavano infatti costose e piccole tazzine in porcellana con piattino, mentre gli altri facevano uso delle famose mug, ossia tazze più capienti in ceramica comune e senza sottotazza.

Che i tempi stavano cambiando a causa del tè, la cui influenza aveva preso più piede di quel che si può pensare, venne addirittura introdotta in fabbrica (uffici e produzione) l’abitudine di concedere pause per poterlo bere: siamo agli inizi del XX secolo. Questi momenti di pausa si sono poi consolidati nel tempo, e oggi sono esattamente tre:

  1. Breakfast – la nostra colazione, che per gli inglesi prevede generalmente tè, pane tostato, uova strapazzate, bacon, formaggio, plum cake… direi molto diversa dal nostro cappuccio e pasta.
  2. High tea – questo momento, all’epoca della Regina Vittoria, costituiva praticamente la cena degli inglesi, oggi invece è una sorta di ricchissima merenda da condividere con gli ospiti in particolari occasioni. Generalmente il pomeriggio della domenica o dei giorni festivi, che alla fine diventa una cena anticipata.
  3. Five o’ clock tea – definito anche afternoon tea pare abbia origine nel 1820, quando Anna, moglie del Duca di Bedford, che trovava insopportabile il ungo intervallo tra colazione e cena, decise di invitare i propri amici tutti i pomeriggi  per un tè accompagnato da panini imbottiti, dolcetti e torte. Rimane però opera della Regina Vittoria l’istituzione del tea time, organizzato per la prima volta in occasione della sua incoronazione a Buckingham Palace.

Il tè tra pirateria e corruzione

Quando gli spagnoli rinunciarono alla scorta dei cannonieri per motivazioni economiche, gli inglesi, e in particolare i corsari, come Francis Drake “il pirata”, che avevano un patto con la Regina Elisabetta I, si diedero molto da fare per saccheggiare i preziosi bottini stivati nei velieri battenti bandiera spagnola.

E come se tutto ciò non fosse sufficiente, le piccole foglioline di camelia furono anche oggetto di feroce contrabbando: il commercio del tè via mare divenne un affare di proporzioni gigantesche, basti pensare che la Compagnia inglese era costituita da ben 54 navi, tutte corredate di file di cannoni.

Quando l’Inghilterra si accorse del grandioso arricchimento dell’Olanda e dei suoi mercanti, approvò l’Atto di Navigazione del 1651, col quale veniva impedito a navi straniere di importare merci in Inghilterra. Da qui ne venne un conflitto militare con l’Olanda, che ovviamente non gradì la legiferazione, ma alla fine perse, e dovette sottostare ad una ulteriore normativa ancor più svantaggiosa.

A causa dell’instauratosi monopolio inglese, vennero imposti pesanti balzelli (sull’infuso e non sulle foglie), che portarono il consumo alle sole classi agiate. Naturalmente ne derivò un traffico clandestino che divenne quanto mai florido, e che consentì il consumo di tè anche alle classi meno abbienti.

Il contrabbando funzionava in questo modo: di notte partivano dalle coste dei Paesi Bassi dei piccoli velieri molto veloci, carichi di casse di tè, che poi venivano trasbordate su barche da pesca che giungevano ad approdi discreti, generalmente posizionati all’interno di grotte  o caverne lungo le spiagge. Da qui le casse trovavano poi ospitalità nelle case isolate della campagna inglese, e alle volte persino nelle cripte di alcune chiese, grazie alla compiacenza dei sacerdoti. Tutto ciò finì solo nel 1784, quando il governo britannico abolì le imposte che gravavano sul tè, facendo conseguentemente ridurre drasticamente il prezzo di vendita al dettaglio e rendendo il contrabbando inutile.

Ma un’ottantina di anni prima iniziò ad affacciarsi sulla scena londinese un certo Thomas Twining… ve ne parlerò nella IV parte…

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